18/05/2010 - di Luigi Pirandello - regia Roberto Latini Leggi »
18/05/2010 - di Luigi Pirandello - regia Roberto Latini Leggi »
note di regia “Ho risposto all’invito di Sandro Lombardi con l’entusiasmo di poter lavorare con lui. Lo ringrazio in queste note allo spettacolo, per la fiducia, la disponibilità alla condivisione e per quella capacità rara che è l’ascolto in tutte le sue estensioni. Permettetemi di includere, in questo ringraziamento, Federico Tiezzi, primo sostenitore di questo incontro, per la stima dimostratami e la discrezione del suo accompagnamento. L’occasione è un testo di Luigi Pirandello molto frequentato, nel corso di tutto il Novecento, dai più grandi attori italiani e non: “L’uomo dal fiore in bocca”, che da quasi un secolo è un banco di prova per attori di diverse generazioni e provenienze. La storia molto semplice di un incontro casuale tra due personaggi negli spazi notturni del caffè di una stazione, ha la forza tutta pirandelliana di alcune immagini capaci di staccarsi dalla pagina scritta per mettersi a disposizione della recitazione. Pirandello invita gli attori di continuo. Scrive con la sapienza di parole che s’accompagnano tra suono e senso, che hanno un tempo “interno” e uno “esterno”: frasi che possono condurre il contesto e determinare lo spazio scenico e altre che sono invece in grado di mettersi a disposizione del progetto registico. Ho chiesto a Sandro di allontanarci dal testo e dalla vicenda raccontata per poter guardare meglio. Per sentire meglio le parole e i silenzi presunti. Per ripercorrere quella distanza poi, tornando indietro, e con la suggestione preziosa d’una conquista: il dubbio. Senza certezza alcuna siamo ritornati a Pirandello mettendo tutto in discussione. Abbiamo trattato ogni certezza come possibile distrazione, come una deviazione da quella suggestione. Abbiamo scelto di confrontarci su teorie e pratiche della scena, costruendo una relazione che ci desse la possibilità di giocare seriamente al teatro e a Pirandello, attraverso i personaggi del “pacifico avventore” e dell' “uomo dal fiore in bocca”. Questa scelta ha determinato l’astrazione dello spazio scenico curato da Luca Baldini e la tessitura di musiche e suoni firmata dall’inconfondibile lavoro di Gianluca Misiti. Con Marion D’Amburgo e Gianni Pollini, rispettivamente responsabili di costumi e luci, abbiamo giocato con lo spazio reale e con uno immaginario, con un tempo senza tempo, eppure in movimento. Tutto questo ci ha aiutati a contrastare l’abitudine di considerare questo testo come un monologo, un monologo mascherato da dialogo. Dalle possibilità che ci venivano dalla drammaturgia curata da Sandro Lombardi, abbiamo trasformato il testo in un monologo a due voci, inseguendo, come direbbe Pirandello stesso, un’immaginazione: vi è il dubbio che il pacifico avventore possa essere una proiezione mentale dell'uomo dal fiore in bocca; che egli stesso sia una fantasia, che possa essere tutto un’invenzione, favorendo in questo modo, la necessità del suo racconto, non la sua destinazione. Le parole si sono staccate dalla vicenda e restate addosso alle nostre voci permettendoci di scardinare ogni dimensione di “rappresentazione”. Le considerazioni sulla vita e sulla morte, le posizioni dei due interlocutori si sono schiuse come oltre la vicenda stessa. Questa chiave di lettura ci ha permesso di scrivere qualcosa che, dentro il dubbio, è diventata interessante. Penso che dal palco abbiamo il dovere di considerare il testo - e i classici in generale - non come letteratura, ma come materiale a disposizione dell’appuntamento-teatro. Di verificare le parole mentre le diciamo, di verificarne i silenzi intorno, d’indagare quanto detto e tentare l’esplorazione di quanto taciuto o non detto ancora. Dobbiamo suggerire possibilità, ascoltare e stare in relazione con quanto succede in scena, non eseguire partiture, non inseguire virtuosismi. Non siamo strumenti, ma parte di almeno un’occasione che viene dall’incontro: dal dialogo tra me e Sandro Lombardi, dal nostro stesso con Pirandello, da quello dei personaggi e da quanto proponiamo dal palcoscenico e in relazione al pubblico presente.” Roberto Latini
18/05/2010 - di Luigi Pirandello - regia Roberto Latini Leggi »
note di regia “Ho risposto all’invito di Sandro Lombardi con l’entusiasmo di poter lavorare con lui. Lo ringrazio in queste note allo spettacolo, per la fiducia, la disponibilità alla condivisione e per quella capacità rara che è l’ascolto in tutte le sue estensioni. Permettetemi di includere, in questo ringraziamento, Federico Tiezzi, primo sostenitore di questo incontro, per la stima dimostratami e la discrezione del suo accompagnamento. L’occasione è un testo di Luigi Pirandello molto frequentato, nel corso di tutto il Novecento, dai più grandi attori italiani e non: “L’uomo dal fiore in bocca”, che da quasi un secolo è un banco di prova per attori di diverse generazioni e provenienze. La storia molto semplice di un incontro casuale tra due personaggi negli spazi notturni del caffè di una stazione, ha la forza tutta pirandelliana di alcune immagini capaci di staccarsi dalla pagina scritta per mettersi a disposizione della recitazione. Pirandello invita gli attori di continuo. Scrive con la sapienza di parole che s’accompagnano tra suono e senso, che hanno un tempo “interno” e uno “esterno”: frasi che possono condurre il contesto e determinare lo spazio scenico e altre che sono invece in grado di mettersi a disposizione del progetto registico. Ho chiesto a Sandro di allontanarci dal testo e dalla vicenda raccontata per poter guardare meglio. Per sentire meglio le parole e i silenzi presunti. Per ripercorrere quella distanza poi, tornando indietro, e con la suggestione preziosa d’una conquista: il dubbio. Senza certezza alcuna siamo ritornati a Pirandello mettendo tutto in discussione. Abbiamo trattato ogni certezza come possibile distrazione, come una deviazione da quella suggestione. Abbiamo scelto di confrontarci su teorie e pratiche della scena, costruendo una relazione che ci desse la possibilità di giocare seriamente al teatro e a Pirandello, attraverso i personaggi del “pacifico avventore” e dell' “uomo dal fiore in bocca”. Questa scelta ha determinato l’astrazione dello spazio scenico curato da Luca Baldini e la tessitura di musiche e suoni firmata dall’inconfondibile lavoro di Gianluca Misiti. Con Marion D’Amburgo e Gianni Pollini, rispettivamente responsabili di costumi e luci, abbiamo giocato con lo spazio reale e con uno immaginario, con un tempo senza tempo, eppure in movimento. Tutto questo ci ha aiutati a contrastare l’abitudine di considerare questo testo come un monologo, un monologo mascherato da dialogo. Dalle possibilità che ci venivano dalla drammaturgia curata da Sandro Lombardi, abbiamo trasformato il testo in un monologo a due voci, inseguendo, come direbbe Pirandello stesso, un’immaginazione: vi è il dubbio che il pacifico avventore possa essere una proiezione mentale dell'uomo dal fiore in bocca; che egli stesso sia una fantasia, che possa essere tutto un’invenzione, favorendo in questo modo, la necessità del suo racconto, non la sua destinazione. Le parole si sono staccate dalla vicenda e restate addosso alle nostre voci permettendoci di scardinare ogni dimensione di “rappresentazione”. Le considerazioni sulla vita e sulla morte, le posizioni dei due interlocutori si sono schiuse come oltre la vicenda stessa. Questa chiave di lettura ci ha permesso di scrivere qualcosa che, dentro il dubbio, è diventata interessante. Penso che dal palco abbiamo il dovere di considerare il testo - e i classici in generale - non come letteratura, ma come materiale a disposizione dell’appuntamento-teatro. Di verificare le parole mentre le diciamo, di verificarne i silenzi intorno, d’indagare quanto detto e tentare l’esplorazione di quanto taciuto o non detto ancora. Dobbiamo suggerire possibilità, ascoltare e stare in relazione con quanto succede in scena, non eseguire partiture, non inseguire virtuosismi. Non siamo strumenti, ma parte di almeno un’occasione che viene dall’incontro: dal dialogo tra me e Sandro Lombardi, dal nostro stesso con Pirandello, da quello dei personaggi e da quanto proponiamo dal palcoscenico e in relazione al pubblico presente.” Roberto Latini
18/05/2010 - di Luigi Pirandello - regia Roberto Latini Leggi »
note di regia “Ho risposto all’invito di Sandro Lombardi con l’entusiasmo di poter lavorare con lui. Lo ringrazio in queste note allo spettacolo, per la fiducia, la disponibilità alla condivisione e per quella capacità rara che è l’ascolto in tutte le sue estensioni. Permettetemi di includere, in questo ringraziamento, Federico Tiezzi, primo sostenitore di questo incontro, per la stima dimostratami e la discrezione del suo accompagnamento. L’occasione è un testo di Luigi Pirandello molto frequentato, nel corso di tutto il Novecento, dai più grandi attori italiani e non: “L’uomo dal fiore in bocca”, che da quasi un secolo è un banco di prova per attori di diverse generazioni e provenienze. La storia molto semplice di un incontro casuale tra due personaggi negli spazi notturni del caffè di una stazione, ha la forza tutta pirandelliana di alcune immagini capaci di staccarsi dalla pagina scritta per mettersi a disposizione della recitazione. Pirandello invita gli attori di continuo. Scrive con la sapienza di parole che s’accompagnano tra suono e senso, che hanno un tempo “interno” e uno “esterno”: frasi che possono condurre il contesto e determinare lo spazio scenico e altre che sono invece in grado di mettersi a disposizione del progetto registico. Ho chiesto a Sandro di allontanarci dal testo e dalla vicenda raccontata per poter guardare meglio. Per sentire meglio le parole e i silenzi presunti. Per ripercorrere quella distanza poi, tornando indietro, e con la suggestione preziosa d’una conquista: il dubbio. Senza certezza alcuna siamo ritornati a Pirandello mettendo tutto in discussione. Abbiamo trattato ogni certezza come possibile distrazione, come una deviazione da quella suggestione. Abbiamo scelto di confrontarci su teorie e pratiche della scena, costruendo una relazione che ci desse la possibilità di giocare seriamente al teatro e a Pirandello, attraverso i personaggi del “pacifico avventore” e dell' “uomo dal fiore in bocca”. Questa scelta ha determinato l’astrazione dello spazio scenico curato da Luca Baldini e la tessitura di musiche e suoni firmata dall’inconfondibile lavoro di Gianluca Misiti. Con Marion D’Amburgo e Gianni Pollini, rispettivamente responsabili di costumi e luci, abbiamo giocato con lo spazio reale e con uno immaginario, con un tempo senza tempo, eppure in movimento. Tutto questo ci ha aiutati a contrastare l’abitudine di considerare questo testo come un monologo, un monologo mascherato da dialogo. Dalle possibilità che ci venivano dalla drammaturgia curata da Sandro Lombardi, abbiamo trasformato il testo in un monologo a due voci, inseguendo, come direbbe Pirandello stesso, un’immaginazione: vi è il dubbio che il pacifico avventore possa essere una proiezione mentale dell'uomo dal fiore in bocca; che egli stesso sia una fantasia, che possa essere tutto un’invenzione, favorendo in questo modo, la necessità del suo racconto, non la sua destinazione. Le parole si sono staccate dalla vicenda e restate addosso alle nostre voci permettendoci di scardinare ogni dimensione di “rappresentazione”. Le considerazioni sulla vita e sulla morte, le posizioni dei due interlocutori si sono schiuse come oltre la vicenda stessa. Questa chiave di lettura ci ha permesso di scrivere qualcosa che, dentro il dubbio, è diventata interessante. Penso che dal palco abbiamo il dovere di considerare il testo - e i classici in generale - non come letteratura, ma come materiale a disposizione dell’appuntamento-teatro. Di verificare le parole mentre le diciamo, di verificarne i silenzi intorno, d’indagare quanto detto e tentare l’esplorazione di quanto taciuto o non detto ancora. Dobbiamo suggerire possibilità, ascoltare e stare in relazione con quanto succede in scena, non eseguire partiture, non inseguire virtuosismi. Non siamo strumenti, ma parte di almeno un’occasione che viene dall’incontro: dal dialogo tra me e Sandro Lombardi, dal nostro stesso con Pirandello, da quello dei personaggi e da quanto proponiamo dal palcoscenico e in relazione al pubblico presente.” Roberto Latini